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Home Il segreto delle Fontane di Villa Giusti
Il Segreto delle Fontane di Villa Giusti PDF Stampa E-mail

di Nicole Zavagnin

Mi siedo sul bordo della vecchia fontana di pietra, il pissolo. Una leggera brezza estiva scuote le fronde degli ulivi e del grande pioppo che sorveglia il ponticello. Mi guardo attorno: le ortiche hanno approfittato dell’incuria e si sono impadronite di parte della fontana. L’erba non viene tagliata da un pezzo e in mezzo alla strada sterrata un’enorme pozzanghera blocca il passaggio ai pochi che si avventurano fin qui. La grotta, che da bambina mi impauriva, ha mantenuto un suo misterioso fascino. Le rane salutano il mio arrivo: una dopo l’altra si tuffano nella vasca, tra muschi e foglie cadute. Una volta per questa stradina ci passava tutti i giorni chi veniva a lavorare il suo pezzo di terra, come facevano mio papà, mio nonno prima di lui e tutti miei fratelli. Le donne invece lavavano i panni nella fontana.

Il campo che si stende qui accanto è sempre stato coltivato con cura. Abbondavano i fagioli, le zucchine, le patate e, sulla collina, le vigne, gli ulivi, i ciliegi. Quanta fatica costavano tutte quelle piante! Purtroppo ora si sono ridotte di numero, come le mani che se ne occupavano. Siamo rimaste solo io e le mie due sorelle, con tanti acciacchi e tante rughe quanti i ricordi, unica consolazione nel passare inesorabile del tempo.

Mi piace guardare da qui il Palasson, Villa Giusti, nascosto appena dalle piante che crescono rigogliose sulla collina su cui sorge. Sovrasta il territorio di Zugliano, guarda alle campagne, alla pieve di Santa Maria. Da quelle finestre la Contessa Giusti ammirava i suoi possedimenti, i contadini che lavoravano sotto il sole con il capello di paglia calcato in testa, i bambini che giocavano nei campi e aiutavano i grandi. Quando scendeva dalle sue stanze trovava subito il fattore, un uomo anziano con una lunga barba, che le apriva la porta. Tutti in paese lo chiamavano “il vecio dio”, sia per la barba un po’ biblica che per il suo essere così vicino ai signori del paese, umile contadino ma allo stesso tempo uomo potente.  La sua casetta era proprio alle spalle della villa, sotto la Chiesa di San Zenone. L’hanno restaurata adesso, ci abitano ed è proprio un bel rustico, come dicono ora.

Quante sere trascorrevo lì da bambina, assieme ai miei genitori, ai nonni, al Vecio dio e sua moglie, davanti a quel focolare che occupava tutta una parete e che scaldava pietanze e cuori mentre i bambini giocavano.  Per i grandi un’occasione per parlare dei raccolti e degli animali. Per tutti un divertimento ascoltare storie fantastiche raccontate dai più anziani. Qualche anno più tardi mio nonno divenne l’orgoglioso, nuovo proprietario della casetta e di tutti i terreni che per tanti anni aveva lavorato.

Proprio in quei campi, mentre raccoglievo bruscandoli assieme alle mie amichette, avevo visto per la prima volta Pietro. Un ragazzino bellissimo, di qualche anno più grande di me, trasferitosi in paese da poco. Inutile dire che tutte le tose facevano a gara per farsi notare, sfilando con fiori tra i capelli e lanciando occhiate languide, mentre accompagnavano le mamme a lavare le lenzuola. Ma Pietro sembrava proprio non accorgersene. Io avevo dodici anni e sapevo che quella era una causa persa, ma ero proprio cotta come una pera di quel giovanotto riccio e dallo sguardo dolce.

Con gli anni le cose non cambiarono: in paese iniziarono a considerarlo strano e le ragazze a cercare altrove un marito, ma lui non sembrava dispiacersene, anzi, era sempre felice. Passava molto tempo alle Fontane, camminava lungo il corso d’acqua, si sedeva sul ponticello: sembrava quasi che stesse aspettando qualcuno. Ma chi? Nessuno l’aveva mai visto assieme ad un amico o a una ragazza.

Una sera Bianca, la nostra capra, riuscì a scappare nei campi. Quando andai a recuperarla trovai Pietro, come di consueto, seduto sul bordo della vasca. Decisi di salutarlo, vincendo la mia grande timidezza. Sapevo di non avere nessuna speranza visto che non aveva mai notato nemmeno le ragazze molto più belle di me, ma volevo almeno capire perchè passasse tutto quel tempo al pissolo. Sbalordito per la mia domanda, guardò per qualche istante le acque chiare del ruscello, poi i suoi occhi nocciola mi fissarono: “Iole, devi promettermi che non lo dirai a nessuno!”. “Lo giuro, ma è una cosa pericolosa?”. Pietro scoppiò a ridere e mi raccontò una storia strana. C’era una bellissima donna alle Fontane, una come non ne aveva mai viste. Aveva i capelli chiari color del fieno, e gli occhi...non avrebbe mai pensato che potessero esistere degli occhi così: “Ha un occhio verde come le foglie in primavera e l’altro azzurro come l’acqua dell’Astico. Ha una civetta come amica, che veglia su di lei quando viene a trovarmi. Appena qualcuno si avvicina l’uccello la avvisa e lei scompare. E io aspetto che torni, cos’altro posso fare?” Scrutò l’acqua nuovamente, nel punto in cui una rana si era appena tuffata, scomparendo tra i sassi e lasciando alle sue spalle solo grandi cerchi nell’acqua.

“Mi credi, Iole?”. Lo guardai: pensavo che era tutto matto, che storie di fanciulle che vivevano vicine all’acqua e lontane dagli occhi degli uomini me le raccontava la mia nonna, ma erano anguane. Non facevano amicizia con gli esseri umani. Era raro vederle, figuriamoci se si potevano aspettare! E poi, parlare con una civetta? Però non volevo ferirlo, mi aveva regalato il suo segreto e non potevo deluderlo: “Certo, è una strana storia ma io ti credo! Come si chiama la tua morosa?” Pietro rise nuovamente: “Non te lo posso dire Iole, altrimenti non torna più, ma visto che mi credi ti dico il nome della sua civetta: Barbana. Ora và a casa, che i tuoi saranno in pensiero.” Bianca brucava l’erba alle nostre spalle: la presi con una cordicella e rimuginando su quello strano racconto mi avviai. A metà della collina, su un ramo, vidi una grossa civetta che mi fissava. Barbana? Sussurrai il suo nome e l’animale emise uno stridio. Sperai di non aver tradito il patto con Pietro e corsi a casa spaventata. Le civette mi mettevano sempre i brividi.


Povero Pietro. Certe volte penso che non avrei mai dovuto farmi vedere. Lo so Barbana, non è colpa tua, ti eri distratta e non mi hai avvisata in tempo. Ma se io fossi stata lontana da qui o tu più attenta,  magari lui ora sarebbe sposato, magari con quella ragazza, Iole. Sarebbe giusta per lui, lo sai vero?Io morirei di gelosia, certo, però lo saprei felice, non tutto solo al mondo.

Ma comunque, come avrei potuto andarmene da questi luoghi? Guarda questa stanza di Villa Giusti dove ci siamo nascoste adesso. Ci sono degli scorci meravigliosi dipinti sulle  pareti: ruscelli, fontane, cascatelle. E posso visitarli senza dover andare in capo al mondo. Ci sei pure tu là in alto, Barbana, non ti fa ridere come ti hanno disegnata?. Dalle finestre riesco anche a  scorgere il mio rifugio preferito, le Fontane, dove posso nascondermi nella grotta e spiare gli uomini: i bambini hanno troppa paura di quel buco scuro mentre i grandi non se ne curano più da tanti anni, di quella caverna. Se seguo il corso del ruscello arrivo fino alla tua casetta, il campanile di Santa Maria, senza che nessuno mi disturbi. E soprattutto qui c’è Pietro. Mi piace aiutarlo nei lavori senza farmi vedere, lavorare la lana e la seta, curargli i malanni dell’età. Uso i miei poteri per non farlo invecchiare. Grazie ai miei infusi solo qualche ruga segna il suo volto e sono  pochi i fili argentei che ha tra i capelli. Potrei fare di più, ma non voglio creare sospetti. La gente qui è  pettegola... Sai Barbana, sono invidiosi che quell’uomo ancora così affascinante, non abbia sposato le loro figlie, non coltivi il loro campo e non offra a loro il suo formaggio tanto speciale. Persino il miele del mio amato è il più buono di tutti. Sai quante volte gli chiedono: “Pietro, ma come fai a fare tutto così delizioso?” Mi piace quando,divertito, risponde: “E’ l’acqua, l’acqua di Zugliano, il mio segreto!”. Lo so che ti sei arrabbiata quando ha detto a Iole il tuo nome, ma guardala ora seduta sul pissolo, ti sembra una persona di cui non ci si può fidare? In tutti questi anni non ha mai detto a nessuno il segreto di Pietro, lui lo sapeva che era una brava ragazza.

“Ma non invecchi mai tu! Com’è che  non sei mai nemmeno un po’ stanco?” rido e guardo Pietro che si avvicina, sempre in forma. Sembra proprio che per lui il tempo non passi mai: qualche ruga leggera segna il suo viso, ma sono inevitabilmente io a sembrare la più anziana.

“Ciao Iole, sei venuta a prendere il fresco?” “Si, Pietro, e tu...”.

Abbasso la voce: “ Sempre a trovare la morosa?”

Ride di gusto, e con quel suo sguardo luminoso come un tempo mi indica Barbana sopra le nostre teste. Allora mi alzo: “Tranquilla Barbana, me ne vado, non mi sono mai piaciuti i guastafeste!”

Dò un’occhiata d’intesa a Pietro e mi avvio verso casa. Non mi volto mai. Sono state tante le sere in questi anni in cui me ne sono andata un attimo prima che lei uscisse dalla sua caverna ad abbracciarlo. L’ho sentito lo sguardo speciale dell’anguana sulle mie spalle, ma non ho mai avuto il coraggio di guardarla. Non vorrei scomparisse per sempre. Dove lo trovo poi un altro miele così buono?

 


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